ARTE.IT MOSTRE

 ARTE.IT MOSTRE
  • Milano Jewelry Week 2021

    La seconda edizione di Milano Jewelry Week, settimana milanese interamente dedicata al mondo del gioiello, si terrà dal 3 al 6 giugno 2021. La manifestazione che si configura come un hub di un “jewelry network” qualificato e concreto, era originariamente stata prevista per ottobre 2020, ma l’emergenza sanitaria che ha interessato oltre al nostro Paese il mondo intero ha portato, con profondo senso di responsabilità, alla decisione del posticipo. Milano Jewelry Week 2021 interesserà atelier di alta gioielleria, laboratori di arte orafa, accademie, gallerie d’arte, artisti di gioiello contemporaneo, boutique di moda e showroom di design, ponendosi l’obiettivo di incrementare, rispetto all’edizione 2019, del 70% il numero degli eventi. La manifestazione intende inoltre rafforzare ulteriormente il proprio legame con la città di Milano attraverso il coinvolgimento di svariate attività commerciali situate sul territorio che esporranno le creazioni di artisti e gallerie provenienti da tutto il mondo all’interno di differenti percorsi tematici quali il gioiello contemporaneo, d’autore, d’artista, prezioso e il bijou. Riconferma inoltre la propria presenza nel palinsesto di Milano Jewelry Week Artistar Jewels che, con la partecipazione di oltre 150 artisti internazionali, nel 2021 vedrà la sua ottava edizione. Enzo Carbone – il Founder di Prodes Italia, la società che ha ideato e che gestirà tutta l’organizzazione della manifestazione, afferma: “Con Milano Jewelry Week, il mio obiettivo è stato quello di creare un happening per tutti gli esperti del settore, che allo stesso tempo facesse scoprire questo affascinante mondo anche a un pubblico più ampio. Il successo scaturito da Artistar Jewels ci ha dato modo di intercettare l’esigenza di dare il giusto risalto al gioiello contemporaneo, in fortissima espansione negli ultimi anni, vedendo in Milano la città perfetta ad accogliere avanguardia e nuove tendenze continuando a valorizzare la tradizione. La prima edizione di Milano Jewelry Week a ottobre 2019 ha dato forza alle nostre convinzioni: circa 40.000 visitatori da tutto il mondo hanno potuto ammirare le creazioni di 350 artisti esposte in più di 60 location e hanno inoltre avuto la possibilità di partecipare a 116 eventi diversi. Purtroppo l’emergenza sanitaria che stiamo affrontando non permette di organizzare una manifestazione tanto articolata e dal DNA cosmopolita nell’autunno del 2020, come originariamente pianificato, in completa sicurezza. Le nuove date di giugno 2021 sono quindi state scelte con molta attenzione identificando il periodo dell’anno più adatto – anche climaticamente – per non sovrapporsi ad altre manifestazioni ed eventi di settore in Italia e nel mondo”.La promozione e il calendario di eventi proposti in occasione di Milano Jewelry Week 2021 non è rimandata al prossimo anno, anzi, Prodes Italia lancerà nell’autunno 2020 un nuovo progetto editoriale che metterà in relazione i produttori con le realtà commerciali di tutto il mondo. A ottobre sarà pubblicato un inserto speciale dedicato alle eccellenze del settore, all’interno della rivista bilingue l’Orafo Italiano che sarà inviato direttamente ai principali buyer per mostrare loro un’anteprima dei brand che potranno poi ammirare dal vivo a giugno 2021.About MJWL’ideazione, la gestione della comunicazione e il coordinamento degli eventi di Milano Jewelry Week sono a cura del Gruppo Prodes Italia in collaborazione con L’Orafo Italiano. Prodes Italia  opera in tutto il mondo nei settori dell’alta gioielleria, del design, dell’arte e dei vini e ideatore dei progetti Promotedesign.it, Din – Design In, Design For, Artistarjewels.com, Treneed.com, Bestwinestars.com oltre che responsabile della comunicazione e il coordinamento degli eventi di Lambrate Design District dal 2018. L’Orafo italiano è la più autorevole rivista del settore orafo. Da oltre settant’anni rappresenta per operatori e appassionati uno strumento fondamentale per aggiornarsi e un punto di riferimento culturale. Oggi affiancano la rivista sito web, newsletter e canali social. Alla sua prima edizione,a ottobre 2019, Milano Jewelry Week è stata in grado di accogliere circa 40.000 visitatori da tutto il mondo che hanno potuto ammirare le creazioni di 350 artisti esposte in più di 60 location, tra cui atelier di alta gioielleria, laboratori di arte orafa, accademie, scuole, gallerie d’arte, boutique di moda e showroom di design nel centro della città. 116 eventi hanno animato un calendario che non si è limitato a coinvolgere gli operatori come normalmente accade con le più tradizionali manifestazioni del settore, ma ha permesso a tutti gli amanti del Bello e del fatto a mano di avvicinarsi all’affascinante mondo della gioielleria. Mostre collettive e personali, esposizioni di gallerie e scuole internazionali, workshop, performance, temporary shop e serate di premiazione hanno infatti dato interpretazioni multi sfaccettate alla storia e alla tecnica dell’arte orafa dimostrandone l’atemporalità e, quindi, contemporaneità.Alcuni dei partecipanti a Milano Jewelry Week 2019: Assamblage – National Contemporary Jewelry Association (Romania), Didier Ltd (U.K.), Faust Cardinali (Francia), futuroRemoto Gioielli by Gianni De Benedittis (Italia), Galdus (Milano), Galeria Alice Floriano (Brasile), Hard to Find (Messico), IED – Istituto Europeo di Design (Milano), Nicolas Estrada (Spagna), Schmuckgalerie Silbermann (Germania), Scuola Orafa Ambrosiana (Milano).

  • Cipro. Cocevia delle civiltà

    Giovedì 2 aprile, nelle Sale Chiablese, era programmata l’apertura al pubblico della mostra Cipro. Crocevia delle Civiltà.L’emergenza COVID-19 ci ha costretti a rimandare il progetto al prossimo anno e l’inaugurazione è fissata per giovedì 25 febbraio 2021.La mostra esplora il fascino millenario della grande isola situata nel cuore del Mediterraneo, ponte tra Oriente e Occidente, mitica culla di Venere, centro di scambi commerciali e luogo di incontro tra culture. Il percorso si sviluppa a partire dalla collezione cipriota dei Musei Reali, ancora largamente inedita, ed è arricchito da prestiti provenienti da grandi istituzioni straniere, tra cui il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum di New York, il Fitzwilliam Museum di Cambridge, il Medelhavsmuseet di Stoccolma, il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il Museo di Cipro a Nicosia.Tutti musei che, come noi, oggi stanno affrontando la quarantena, e che hanno comunque manifestato la disponibilità a riprendere la collaborazione quando l’emergenza sarà finita.Le collezioni cipriote dei Musei Reali sono un nucleo pressoché unico nel panorama europeo, con più di mille reperti, in parte donati alla metà dell’Ottocento da Marcello Cerruti, console del Regno di Sardegna a Cipro, e in parte rinvenuti nel corso delle campagne di scavo effettuate da Luigi Palma di Cesnola, console americano sull’isola ma piemontese di nascita. Per importanza scientifica la raccolta è paragonabile alla grande collezione del Museo Egizio di Torino, di cui rappresenta una sorta di contraltare mediterraneo, ed è idealmente completata da quella del Metropolitan Museum, di cui Luigi Palma di Cesnola è stato il primo direttore nel 1879.La mostra illustra la storia di Cipro dal Paleolitico fino al periodo dell’impero romano d’Oriente: oltre diecimila anni di civiltà che vanno dai primi stanziamenti umani, alla formazione delle comunità, al consolidarsi della società urbana, fino all’epoca delle città-stato e della successiva ellenizzazione, per arrivare alla posizione assunta dall’isola all’interno delle grandi politiche antiche. Una sezione speciale è dedicata al ruolo della donna e all’immaginario femminile, esplorato attraverso gli antichi culti legati alla fecondità e poi al culto di Afrodite-Venere. Nella mitologia, infatti, la dea Afrodite nasce nelle acque di fronte a Pafos e sceglie come culla lo scoglio di Petra Tou Romiou, un faraglione a venti chilometri dalla città, circondato da un’incantevole baia a mezzaluna. Le altre sezioni affrontano il tema dei commerci, quello delle lingue, quello, infine, dell’ideologia religiosa e dei riti funerari.Un affascinante viaggio che ci conduce anche alla scoperta del Mediterraneo, il mare che il grande storico della scuola delle Annales Fernand Braudel ha descritto come “continente liquido, paesaggio dai mille paesaggi”.

  • Josef Koudelka. Radici

    Mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos che propone la sua interpretazione fotografica e artistica di alcuni dei più importanti siti archeologici della cultura romana e greca con l’intento di restituirne l’autentica bellezza. Il progetto Vestiges, che vede impegnato da oltre vent’anni il grande fotografo Josef Koudelka, membro dell’agenzia Magnum Photos, propone la sua interpretazione fotografica e artistica di alcuni dei più importanti siti archeologici della cultura romana e greca, in un itinerario attraverso venti paesi, dalla Grecia al Libano, dalla Siria all’Algeria, dalla Turchia all’Italia e oltre duecento località che si affacciano sul Mar Mediterraneo.Un’esplorazione davvero unica che non ha precedenti. Un lavoro fatto di grande costanza e perseveranza. L’artista coltiva una predilezione particolare per le rovine, senza celebrarne l’atmosfera malinconica ma con l’obiettivo di restituirne l’autentica bellezza. Il suo intento è usare l’arte per riappropriarsi di un mondo che ci sta sfuggendo e che potremmo perdere. Trasformare le macerie in speranza: è questo il grande ed ambizioso progetto che Koudelka cerca di realizzare con il suo eccezionale viaggio. Un viaggio in costante divenire che si arricchisce di nuovi capitoli

  • La Roma della Repubblica

    L’esposizione offre l’occasione irrepetibile di poter ripercorrere un’epoca di profondi cambiamenti nei canoni stilistici e nel gusto estetico della Roma antica. La mostra Roma Repubblicana (secondo capitolo del ciclo “Il racconto dell’Archeologia”, inaugurato con la mostra “La Roma dei Re”, luglio 2018-giugno 2019) offre l’occasione irripetibile di riflettere su un’epoca di profondi cambiamenti nei canoni stilistici e sul gusto estetico della Roma antica: uno dei momenti fondamentali per la futura identità culturale e artistica romana; il momento del consolidarsi delle strutture sociali, politiche, territoriali con il nascere della Repubblica e il suo ciclo di vita fino alla creazione dell’Impero che viene fatta coincidere con la famosa battaglia di Azio del 31 a.C.Attraverso capolavori e reperti rinvenuti nel territorio della città di Roma e facenti parte della più grande collezione al mondo di archeologia romana, tra cui statue, alcune di imponenti dimensioni, raffinate opere in bronzo e terracotta, interi cicli scultorei, fregi ed elementi di arredo domestico in bronzo e argento del più alto valore stilistico, sarà descritto un periodo tra i più innovativi ed originali per l’intero sviluppo dell’arte occidentale. L’arco di tempo preso in esame comprende gli inizi del V e la metà del I sec. a.C. E’ questo il periodo in cui l’élite al potere avverte con sempre maggior consapevolezza il consolidarsi del proprio prestigio, esprimendolo attraverso l’arte. Il percorso della mostra descriverà chiaramente l’evoluzione dell’arte romana nel periodo repubblicano che, nell’arco di circa cinque secoli, dall’influenza della precedente arte etrusca, passando per l’importante assunzione di modelli greci, vera chiave di volta, arriverà al raggiungimento di un’originalità tutta romana nelle forme.

  • ArtVerona 2020

    È già al lavoro per ridisegnare i contenuti e le prospettive della 16a edizione della fiera il nuovo team curatoriale di ArtVerona, la manifestazione dedicata all’arte moderna e contemporanea in programma dall’11 al 13 dicembre 2020 e diretta da Stefano Raimondi. Importanti professionisti del settore sia nazionali che internazionali affiancano infatti quest’anno la squadra ormai consolidata di Veronafiere e stanno contribuendo a delineare un progetto dinamico, che vuole accogliere la sfida di questo momento, pur fra le tante incertezze legate alla diffusione del Coronavirus, guardando anche alle nuove possibilità con concretezza e inventiva.   Veronafiere, polo fieristico tra i più importanti e solidi in Italia, sta definendo nuovi modelli di fruizione che possano consentire lo svolgimento in sicurezza, sia per gli espositori che per i visitatori, di tutte le fiere in programma dall’autunno, nel pieno rispetto delle regolamentazioni che saranno vigenti, continuando così a sostenere anche il progetto culturale ed espositivo alla base di ArtVerona. Questa riprogettazione non interessa comunque solo gli spazi del quartiere fieristico ma anche quelli digitali, e la manifestazione potrà beneficiare anche di una nuova e strutturata piattaforma online che Veronafiere sta sviluppando per tutti i suoi prodotti e che potrà offrire ulteriori occasioni di incontro, dialogo e business.   Proprio con la volontà di consolidare il concept della fiera è stata composta la nuova squadra di curatori e collaboratori, scelti per il loro bagaglio di esperienza e per la capacità di dare un contributo sostanziale all’attività di networking che da sempre ha reso ArtVerona occasione di scambio di qualità, in qualsiasi forma – fisica o digitale – esso possa e potrà avvenire, in particolare a livello italiano.   Le gallerie hanno tempo fino al 31 luglio per presentare la domanda di partecipazione a un’edizione le cui nuove date sono eccezionalmente state scelte proprio per accogliere le esigenze degli operatori e concentrare tutti gli sforzi nel progettare e cercare di attuare una manifestazione di qualità, capace di contribuire al rilancio del sistema dell’arte italiano.   Accanto a Main, la sezione dedicata alle principali gallerie d’arte moderna e contemporanea, ArtVerona intende mettere al centro dell’edizione 2020 due nuovi progetti, entrambi su invito: Introduction e Pages. In Introduction, con la prestigiosa curatela di Giacinto Di Pietrantonio, gallerie storiche introdurranno gallerie più giovani a cui hanno fatto da “mentori”. Pages invece, curato da Andrew Berardini, darà a una selezione di importanti riviste di settore sia italiane che straniere la possibilità di presentare la loro storia e i collegamenti con il sistema dell’arte italiano. Evolution, anch’essa novità 2020, punta a presentare gallerie che lavorano con artisti che conducono la propria ricerca attraverso le varie sfaccettature del digitale, ambito quanto mai attuale in questo momento, dalla realtà virtuale a big data e nanotecnologie. Next è riservata alle gallerie che presentano ciascuna fino a tre talenti delle generazioni più recenti, mentre Solo è concepita come una serie di spazi aperti che permettono agli espositori di valorizzare con un progetto monografico un artista italiano nato a partire dagli anni ’90.   Nuovi contenuti sono allo studio anche per gli appuntamenti e i format, insieme ai nuovi curatori Maria Chiara Valacchi (il programma di Talks), Giulia Floris (LAB1, un focus sulle realtà no-profit più sperimentali con un progetto dedicato alle residenze d’artista), Saverio Verini (StandChat, gli incontri con gli artisti). La centralità dei collezionisti italiani nel progetto alla base di ArtVerona viene ribadita poi con l’ingresso nel team di Edoardo Monti nel doppio ruolo di VIP manager e digital strategist, di Elena Forin per la parte Corporate oltre che dall’edizione del quinquennale di Critical Collecting, progetto editoriale ideato e sviluppato da Antonio Grulli.   Contenuti aggiornati e nuovi curatori anche per Art & The City, programma coordinato di eventi che animerà e coinvolgerà i luoghi e le istituzioni più significative della città di Verona, strutturato in sezioni tematiche: Performance & The City, curato da Claudia Santeroni e Marzia Minelli; Video & The City, curato da Jessica Bianchera e Marta Ferretti; Collection & The City, con una mostra curata da Irene Sofia Comi; Sculpture & The City, inedito progetto di scultura pubblica curato da Elena Forin e realizzato in collaborazione con Marmomac, la più grande manifestazione al mondo dedicata al settore lapideo e alle sue tecnologie.   Si registrano nuovi ingressi anche nell’Advisory Board: Maria Grazia Longoni Palmigiano, avvocato, partner di LCA Studio Legale e collezionista, e Alessia Zorloni, fondatrice di Art Wealth Advisory e docente, affiancano ora Diego Bergamaschi, collezionista, vicepresidente CLUBGAMeC, fondatore di Seven Gravity Collection e Collection of Collections (CoC), Antonio Coppola, imprenditore, collezionista e presidente della Fondazione Coppola, Giorgio Fasol, collezionista e presidente di AGI Verona Associazione Culturale e Mirko Rizzi, direttore creativo epresidente dell’Associazione Marsèlleria.

  • Esposizione Triennale di Arti Visive a Roma 2020

    Un progetto nuovo fondato sulla libertà d’espressione, museologia di qualità, capacità di coniugare autorevolezza, professionalità e indipendenza: queste sono le basi per affrontare le sfide del Futuro.L’attenzione alle esigenze dei mercati, l’Arteconomy come criterio di sviluppo, una rete di relazioni internazionali e continui rapporti con collezionisti e art dealer, una comunicazione mediatica senza eguali…questo e molto altro è l’Esposizione Triennale di Arti Visive a Roma.La sede centrale dell’Esposizione Triennale di Arti Visive a Roma 2020 è lo storico Palazzo Borghese di Roma, all’interno degli eleganti spazi della Galleria del Cembalo, dalle volte affrescate e con splendidi giardini all’italiana. Il Palazzo, che si ammira venendo da via dei Condotti, è anche sede dell’Ambasciata di Spagna e dell’esclusivo Circolo della Caccia.Novità assoluta di questa edizione sarà la speciale “mostra-evento” all’interno di Palazzo della Cancelleria Apostolica, che accoglie la Sacra Rota. Nel palazzo vige l’extra-territorialità della Santa Sede rientrando quindi in suolo vaticano. Sito in Piazza della Cancelleria 1 e affacciato su Corso Vittorio Emanuele II, custodisce nel piano nobile un famoso affresco del Vasari.Molto prestigioso lo spazio della Galleria della Biblioteca Angelica, facente parte del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, destinato a focus di carattere esclusivo. Aperta nel 1604, l’Angelica è  considerata nel contesto europeo assieme alla Biblioteca Ambrosiana di Milano e alla Biblioteca Bodleiana di Oxford come uno dei primi esempi di biblioteca “pubblica” ed è ritenuta uno dei luoghi più autorevoli della cultura internazionale. Si trova in Piazza Sant’Agostino 8.Situato nel cuore di Trastevere, in Piazza Sant’Egidio 10, al centro nevralgico della movida romana, Palazzo Velli Expo vanta un numero di ingressi al giorno da far impallidire i grandi musei della Capitale. Strategicamente collocato in un crocevia così frequentato, il palazzo è stato riconfermato come sede collaterale dell’Esposizione Triennale di Arti Visive a Roma 2020. Grazie all’apporto della Start, società leader nel settore dell’editoria e della produzione, l’Esposizione 2020 gode di un network prestigioso. Si avvale infatti di relazioni con altri progetti societari quali la Biennale di Venezia -nella fattispecie con i padiglioni esteri prodotti nel corso degli ultimi dieci anni- e con l’Atlante dell’Arte Contemporanea edito De Agostini, il più autorevole strumento di arte e finanza.Mario Bernardinello è il nuovo direttore artistico della IV edizione dell’Esposizione Triennale di Arti Visive a Roma. Il tema della mostra è “Global Change”, e viene trattato l’attuale cambiamento culturale, ambientale e alimentare degli anni ‘20.Per quanto riguarda la pittura e la scultura ci sono rispettivamente le sezioni dell’astratto e del figurativo, inoltre è dedicato ampio spazio alla fotografia, alle installazioni e alla videoart.Come in ogni edizione è previsto uno spazio dedicato ai giovani artisti provenienti da tutto il mondo. Tra questi ne sarà scelto uno che sarà vincitore del Premio Under 30.

  • Dietro le quinte del Rinascimento. Fare arte nel Veneto di terraferma (1550-1616)

    Il passato è lontano, sfumato. Da esso giungono a noi le opere d’arte, come relitti spinti su una spiaggia. Furono create da artisti e desiderate da committenti che conferivano loro significati, intenzioni, valori e, naturalmente, prezzi oggi talvolta faticosi da comprendere. Spesso le ammiriamo come splendidi capolavori, ma qual è il loro senso all’interno dei contesti in cui furono concepite?Quanto valevano un dipinto o una scultura rispetto a un arazzo o a un oggetto di uso comune? Un artista era libero nella sua creazione? In che modo esprimeva il suo sentire religioso? Qual era la sua posizione nella scala sociale? Quali erano i suoi rapporti con il committente? Quali erano le sue fonti di ispirazione? Insomma, come prendeva forma un capolavoro?Per provare a dare delle risposte, abbiamo selezionato il nostro Rinascimento guardandolo da un punto di vista specifico: cinquant’anni di vita artistica nella terraferma veneta, dal 1550 alla fine del secolo, con uno sguardo particolare su Vicenza, i suoi artisti Palladio, Scamozzi e Jacopo Bassano e i loro amici e sodali in molte occasioni Alessandro Vittoria, Paolo Veronese, Palma il Giovane. È il risultato di un momento in cui l’arte veneta è investita dall’impatto rivoluzionario di Raffaello e Michelangelo, che scardina le scuole regionali proponendo un linguaggio nuovo, di portata nazionale, che trionferà in tutta Europa nei secoli successivi. È il linguaggio del Rinascimento italiano o – come lo chiamava Giorgio Vasari nelle sue famose Vite (1550 e 1568) – la “maniera”.L’esito è un repentino cambio di gusto e di modelli. Gli artisti diventano più visibili nella società e scalano i ranghi sociali, aspirando a trasformarsi in intellettuali e gentiluomini. Di arte si parla non più solo in ristrette cerchie di specialisti ma in libri che hanno circolazione presso un pubblico più vasto di amatori e collezionisti. Le discipline si caratterizzano sempre di più e le botteghe si strutturano con modalità di produzione sempre più efficaci al fine di aumentare la produzione di opere. I meccanismi del fare arte, tuttavia, cambiano poco rispetto agli artisti-artigiani del secolo precedente, con le idee registrate repentinamente su un foglio o plasmate con le mani in un bozzetto.Abbiamo pensato di guardare a quel momento, ma dall’osservatorio della terraferma vicentina e con uno sguardo contemporaneo, che ponga accanto alla pittura anche la scultura e l’architettura, che indaghi la dinamica dei processi creativi – dal disegno alla realizzazione finale –, le complesse dinamiche fra artisti e committenti, il valore economico delle opere nel quadro del collezionismo e del nascente “mercato dell’arte”, le strategie di ascesa sociale di artisti e architetti, che usano sempre di più la carta stampata come mezzo di autorappresentazione e autopromozione.Guido Beltramini, Davide Gasparotto, Xavier Salomon e Mattia Vinco

  • WopArt – Work on Paper Fair 2020

    La quinta edizione di WopArt – Work on Paper Fair, fiera internazionale dedicata alle opere d’arte su carta è stata posticipata dal 27 al 29 novembre 2020 (preview: giovedì 26 novembre).La manifestazione si terrà sempre nei padiglioni del Centro Esposizioni di Lugano. La scelta di rinviare la manifestazione fieristica – inizialmente prevista dal 18 al 20 settembre – nasce dall’esigenza di tutelare al meglio la salute di visitatori, espositori, collezionisti e cittadini, in relazione all’evolversi della diffusione del Covid-19. “Stiamo facendo tutto lo sforzo possibile – ha dichiarato Alberto Rusconi, presidente di WopArt – per trovare la migliore soluzione nel difendere la manifestazione e consolidare WopArt che ormai ha assunto il ruolo di fiera, dedicata alle opere su carta, più importante al mondo. La nostra priorità è garantire la salute e la migliore condizione possibile ai nostri espositori, visitatori e collezionisti”. “Settembre – ha aggiunto Paolo Manazza, Global Director di WopArt – sarà sicuramente un mese caratterizzato da una cospicua, e forse eccessiva, presenza di appuntamenti ed eventi espositivi e fieristici. Per questo motivo siamo mossi dalla volontà di offrire, quanto più possibile, l’opportunità ai nostri espositori e collezionisti di operare nella massima tranquillità”. Da ormai più di un mese l’ente organizzatore, in accordo con il Comitato Scientifico, il gruppo BolognaFiere Spa e la città di Lugano stanno lavorando intensamente, insieme a tutti gli stakeholder, per permettere una riprogrammazione degli eventi e garantire a 360° la qualità della manifestazione, che negli ultimi anni è stata capace di consolidare il suo percorso di ricerca insieme a una crescita inaspettata e molto significativa. Gli organizzatori della fiera svizzera sono certi che dopo questa terribile esperienza che si sta ancora vivendo, un nuovo e più consapevole amore per l’arte, anche come forma d’investimento alternativo, contribuirà a sviluppare ulteriormente e accrescere il mercato di riferimento e il numero di collezionisti e appassionati. 

  • Lucca Art Fair 2020

    A causa della situazione sanitaria mondiale, la direzione di Lucca Art Fair, in accordo con le istituzioni di riferimento, ha deciso di posticipare le date della fiera di arte moderna e contemporanea al 27, 28 e 29 novembre 2020, mantenendo la sede del Real Collegio di Lucca.Questo spostamento è un atto dovuto per tutelare gli espositori, i collezionisti e i visitatori della fiera. In questi giorni, comunque, lo staff di Lucca Art Fair non si ferma: stiamo infatti lavorando attraverso smart working per preparare una fiera di alto livello, realizzata con l’entusiasmo e la passione di sempre.

  • Giovan Francesco Caroto (1480 ca-1555 ca). L’arte a Verona tra Mantegna e la Bella Maniera

    I Musei Civici di Verona annunciano, per l’autunno del 2020, la prima retrospettiva di Giovanni Caroto. Artista eclettico, con un linguaggio pittorico in continuo adattamento agli stili e alle novità del suo tempo, Caroto mantenne sempre un profondo legame con Verona, sua città di riferimento.Qui la sua famiglia, di origine emiliana, aveva avviato una florida spezieria, che impegnò lo stesso Giovanni sino a quando non venne totalmente attratto dalla pittura. In quest’arte raggiunse velocemente livelli tali che alcune sue opere vennero commercializzate con il nome del maestro della bottega di cui era allievo.Da Verona, tuttavia, si allontanò spesso, partendo per soggiorni a Mantova, Milano e nel Monferrato, richiamato nei diversi luoghi da importanti committenti, ma anche dalla necessità di misurarsi con quanto di nuovo si produceva nei diversi poli dell’arte.Tra i suoi lavori più conosciuti la pittura ad olio “Ritratto di giovane fanciullo con disegno”, eseguita attorno al 1521-1523 secondo, che rappresenta oggi una delle più originali pitture dell’intera storia dell’arte rinascimentale.Nel dipingere il ritratto del ragazzo, Caroto si espresse con assoluto realismo. Il giovane, dall’espressione allegra e divertita, mostra orgoglioso il suo “capolavoro”: un disegno abbozzato di figura umana, che risulta poco più di uno scarabocchio. Una piccola creazione di cui, tuttavia, il giovane “artista” va decisamente fiero e, nell’esibirlo, sollecita con un sorriso furbo, il consenso di chi lo osserva.Non a torto questo dipinto viene considerato un “unicum” nella pittura italiana del Cinquecento. Quello che Caroto vuole rappresentare, infatti, è un ragazzo vero, straboccante di vitalità, una “birba matricolata”, che si propone come divertito complice di chi lo sta osservando. L’artista lo traspone con evidente simpatia, tanto che è lecito ipotizzare che il ragazzino dai capelli color carota fosse un suo nipote.Un altro piccolo ritratto, quello di un giovane monaco benedettino, conferma in modo stupefacente l’abilità di ritrattista di Caroto. Tutto in quest’opera riporta al vero aspetto del giovanissimo monaco, poco più che adolescente. E in questa assoluta attenzione al dettaglio e alla veridicità dei soggetti rappresentati, che emerge anche una lettura psicologica, non meno attenta, del personaggio.La necessità di Caroto di raccontare la realtà anziché l’ideale, gli costò, a Milano, una sconfitta che lo stesso Vasari tramanda nelle sue “Vite”. La contesa era tra lui e un artista fiammingo in auge in quel momento nel Ducato lombardo. I due si confrontarono pubblicamente sul tema del ritratto. Vasari ricorda che il veronese perse. Ma non certo per la minore maestri nel dipingere, ma perché il suo ritratto proponeva un personaggio che non era giovane e bello come quello dipinto dal suo avversario.Giovan Francesco Caroto non fu solo una abilissimo ritrattista. Questo artista attento al nuovo e capace di superasi costantemente, ricevette infatti un gran numero di commissioni, sia in ambito veronese e veneto, sia in territorio lombardo che piemontese. Tanto che sue opere – pale d’altare, grandi oli, affreschi, disegni – sono presenti oggi in musei europei e nordamericani, da dove, alcune, torneranno a Verona per questa mostra.“Caroto – anticipa Francesca Rossi, Direttore dei Musei veronesi e curatore della mostra insieme a Gianni Peretti, Paolo Plebani, Edoardo Rossetti – esercita con disinvoltura la pittura, la miniatura, il disegno naturalistico, la medaglistica, la statuaria. Nella pittura profana e soprattutto devozionale, pubblica e privata (pale d’altare, Madonne con il bambino), dimostra una particolare bravura nella realizzazione di figure di dimensioni minute e un originale talento nell’arte del ritratto e nella pittura di paesaggio. L’esposizione intende esplorare tutti questi aspetti”.

  • THE MISSING PLANET. Visioni e revisioni dei ‘tempi sovietici’, dalle collezioni del Centro Pecci ed altre raccolte

    The Missing Planet apre una nuova serie di mostre ideata dalla direttrice Cristiana Perrella e dedicata ad approfondire temi, periodi e linguaggi della collezione del Centro Pecci, affidandone la cura ad un esperto invitato come guest curator e affiancato dal responsabile delle collezioni e archivi.Per questa occasione il curatore Marco Scotini, coadiuvato dal conservatore del Centro Stefano Pezzato, ha composto una ‘galassia’ di ricerche artistiche sviluppate intorno ai ‘tempi sovietici’, dagli anni Settanta ad oggi. Il progetto prende spunto dal vasto nucleo di opere acquisite nella collezione del Centro Pecci e si propone quale attuale e ultimo capitolo di un’ideale trilogia post-sovietica al Centro Pecci, nel trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e della successiva dissoluzione dell’URSS, e a trent’anni dalle prime mostre (Roma, 1989 e Prato, 1990) dedicate tempestivamente alla scena artistica non ufficiale sovietica sull’onda della Perestrojka e oltre un decennio dopo l’ultima ricognizione (Prato, 2007) che affermava la disillusione dello ‘spazio post-sovietico’ di fronte ai processi di transizione e integrazione in Occidente. The Missing Planet si confronta ora con un duplice passato: quello delle premesse dell’utopia socialista da un lato e quello della sua memoria storica dall’altro, a partire dalle opere rimaste dalle esposizioni precedenti, sia nelle collezioni del Centro Pecci sia in altre raccolte. Se la mostra del 1989-90 sanciva la scommessa della svolta, con l’apertura dell’Est all’Ovest, e la successiva del 2007 evocava una storia mancata, mettendo in scena una sorta di lutto o commiato, la nuova mostra di Prato propone un approccio archeologico dove la resurrezione dei fantasmi del passato e una mutata prospettiva storica cercano di fare i conti con le “rovine del futuro”. Il fondamentale film Solaris (1971) di Andrei Tarkovsky diventa una sorta di cornice narrativa di riferimento, che apre e chiude l’intera esposizione. Come indica il sottotitolo della mostra, il percorso espositivo raccoglie al suo interno Visioni e revisioni dei ‘tempi sovietici’, individuate nell’attualità e in passate esperienze artistiche.L’allestimento di oltre 80 opere e numerosi materiali d’archivio selezionati per l’occasione, suddiviso dai curatori in tre sezioni specifiche, è stato ideato appositamente dall’artista Can Altay (Ankara, 1975) seguendo modalità di appropriazione e riconfigurazione di lavori altrui (quelli in mostra, appunto) attraverso l’uso di dispositivi architettonici che ne indirizzino la visione, tipico della sua originale pratica artistica. L’intervento di Altay costruisce congegni e strumenti spaziali che mettono insieme le opere e orientano i visitatori all’incontro con l’arte non ufficiale sovietica e post-sovietica, definendosi come un lavoro d’arte in sé. In sostanza, The Missing Planet è concepita come “una mostra nella mostra”, che fa coesistere una molteplicità di livelli di lettura, secondo un percorso capovolto che si apre con la scena artistica attuale e termina con quella degli anni ’80.Sezioni della mostra in allegato.Artisti Vahram Aghasyan; Vyacheslav Akhunov; Said Atabekov; Babi Badalov; Ilya Budraitskis – Alexandra Galkina – David Ter-Oganjan; Erik Bulatov; Alexey Buldakov; Vajiko Cachkhiani; Olga Chernysheva; Chto Delat (What is to be done?); Ulan Djaparov; Factory of Found Clothes; Andrei Filippov; Alexandra Galkina – David Ter-Oganjan; Balbar Gombosuren; Andris Grinbergs; Dmitry Gutov; Alimjan Jorobaev; Ilya Kabakov; Flo Kasearu; Gulnara Kasmalieva & Muratbek Djumaliev; Yakov Kazhdan; Anastasia Khoroshilova; Olga Kisseleva; Nikolaj Kozlov; Vladimir Kupryanov; Medical Hermeneutics; Jonas Mekas; Boris Mikhailov; Deimantas Narkevičius; Boris Orlov; Anatoly Osmolovsky; Perzi; Dmitry Prigov; Radek Community; Koka Ramishvili; R.E.P. Group; Andrei Roiter; Vladislav Shapovalov; Leonid Sokov; Andrei Tarkovsky; Leonid Tishkov; Jaan Toomik; Andrei Ujică; Nomeda & Gediminas Urbonas; Anton Vidokle; Sergei Volkov; Yelena & Viktor Vorobyev; Arseny Zhilyaev; Konstantin Zvezdochotov

  • LA FORTUNA DI RAFFAELLO NELLE COLLEZIONI DEI MUSEI REALI

    La mostra intende illustrare la fortuna di Raffaello in Piemonte e la diffusione dei modelli iconografici tratti dalle sue opere tra la prima metà del Cinquecento e la fine dell’Ottocento. La prima sezione del percorso è dedicata alle copie antiche della Madonna d’Orléans, celebre opera giovanile oggi conservata al Museo Condé di Chantilly, documentata all’inizio del Cinquecento nelle collezioni sabaude e replicata da alcuni dei più importanti artisti attivi in area piemontese, con un prestigioso prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam. La seconda sezione presenta gli esiti delle indagini diagnostiche e dell’intervento di restauro attualmente in corso sulla cosiddetta Madonna della Tenda della Galleria Sabauda, in cui la critica più recente ha riconosciuto l’intervento diretto di Raffaello, permettendo di approfondire la storia conservativa dell’opera e favorendo nuove riflessioni sulla sua attribuzione. In mostra sarà, inoltre, esposto un interessante nucleo di opere della Galleria Sabauda che attestano il successo dell’ideale classico raffaellesco negli anni di Carlo Alberto e dei primi direttori della Regia Pinacoteca. La mostra è inserita nel calendario degli eventi sostenuti dal COMITATO PER LA CELEBRAZIONE DEI 500 ANNI DALLA MORTE DI RAFFAELLO SANZIO, istituito presso il MiBACT.

  • Zanele Muholi. A Visual Activist

    Due interpreti dell’attivismo artistico, due anime che hanno espresso la loro idea di libertà attraverso la fotografia e l’impegno civile, due personaggi il cui messaggio artistico ha ben presto trasceso i confini dei loro Paesi d’origine, per diventare manifesto globale di denuncia. Nell’ambito del palinsesto 2020 del Comune di Milano “I talenti delle donne”, il MUDEC presenta due mostre che non potrebbero essere più simili e diverse al tempo stesso. Dal 7 maggio aprirà al pubblico la retrospettiva “Tina Modotti. Donne, Messico e Libertà”, in mostra fino al 6 settembre, e subito dopo il testimone passerà all’artista-icona contemporanea tra le più discusse e acclamate della scena artistica mondiale, Zanele Muholi con “Zanele Muholi. A Visual Activist”, dal 28 ottobre fino al 28 febbraio 2021.Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere.Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo.Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica.  Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere.Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.

  • Steve McQueen

    Steve McQueen (Londra, 1969; vive e lavora tra Londra e Amsterdam) è uno dei più importanti artisti contemporanei, film-maker e sceneggiatori di oggi. Negli ultimi venticinque anni McQueen ha influenzato in maniera decisiva il modo di utilizzare ed esporre il medium filmico. È stato autore non solo di alcuni dei più rilevanti lavori legati all’immagine in movimento, realizzati per spazi espositivi, ma anche di quattro lungometraggi per il cinema, Hunger (2008), Shame (2010), 12 anni schiavo (12 Years a Slave) (2013) e Widows (2018). McQueen con le sue installazioni filmiche e video rivolge uno sguardo radicale a momenti e luoghi definiti, cogliendo in modo toccante e provocatorio questioni e temi contemporanei.La personale in Pirelli HangarBicocca, in collaborazione con la Tate Modern di Londra, offrirà al pubblico una rara opportunità di conoscere e approfondire il lavoro di Steve McQueen.Numerose sono le istituzioni di rilievo internazionale che hanno presentato le sue opere, tra cui Institute of Contemporary Art, Boston (2017); Whitney Museum of American Art, New York (2016); Schaulager, Basilea (2013); Art Institute of Chicago, Chicago (2012); National Portrait Gallery, Londra (2010); Baltic Centre for Contemporary Art, Gateshead (2008); The Renaissance Society, Chicago (2007); Fondazione Prada, Milano (2005); ARC, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi (2003); Fundação de Serralves, Porto, Fundació Antoni Tàpies, Barcellona (2002); Institute of Contemporary Arts, Londra, Kunsthalle Zürich, Zurigo (1999); Museum Boijmans van Beuningen, Rotterdam (1998); Portikus, Francoforte, MoMA Museum of Modern Art, New York (1997). McQueen ha partecipato a documenta 12 (2007), 11 (2002) e 10 (1997) a Kassel, e alla Biennale di Venezia (2015, 2013, 2007 e 2003) e ha rappresentato la Gran Bretagna a Venezia nel 2009. Ha ricevuto numerosi premi, tra i quali Johannes Vermeer Prize (2016), Harvard University, W.E.B. Du Bois Medal (2014), CBE (Commander of the Most Excellent Order of the British Empire) (2011), OBE (Officer of the Most Excellent Order of the British Empire) (2002) e il Turner Prize, Tate Gallery, Londra (1999). McQueen è stato premiato per Hunger con la Caméra d’Or al Festival di Cannes (2008) e con l’Oscar per il miglior film per 12 anni schiavo (12 Years a Slave) nel 2014.

  • Ottone Rosai

    Ottone Rosai (Firenze 1895 – Ivrea 1957), uomo dalle travolgenti passioni, fu artista che scelse di leggere le novità del suo tempo alla luce della grande arte del Tre-Quattrocento toscano.Nel centenario (1920) della prima personale fiorentina di Rosai, che lo impose all’attenzione del mondo dell’arte, la città di Montevarchi, nell’aretino, ha deciso di proporre un’ampia e del tutto originale retrospettiva dedicata al maestro toscano.A curarla è il professor Giovanni Faccenda, massimo esperto di Rosai e curatore del catalogo generale delle sue opere.La mostra riunisce, nella storica sede di Palazzo del Podestà, cinquanta opere di Rosai, per metà disegni e altrettanti oli. Tutti riferiti ad un momento preciso dell’artista: gli anni tra il 1919 e il 1932, il ventennio tra le due Grandi Guerre.Le opere provengono tutte da collezioni private, e il pubblico potrà ammirare tele notissime ma anche – e questa è una delle peculiarità di questa mostra – opere del tutto inedite, emerse dalle ricerche che il prof. Faccenda continua a compiere nelle collezioni private e nelle case di chi, in Toscana ma non solo, ebbe rapporti con Rosai o con i suoi galleristi ed eredi.«Una delle maggiori peculiarità di questa esposizione pubblica – anticipa il professor Faccenda –  deriva dalla riscoperta di una decina di capolavori assoluti di Rosai degli anni Venti e Trenta, tutti provenienti da una raccolta privata romana, presenti alla mostra di Palazzo Ferroni, a Firenze, nel 1932, e documentati nel primo volume del Catalogo Generale Ragionato delle Opere di Ottone Rosai (Editoriale Giorgio Mondadori, Milano, 2018), da me curato. Accanto ad essi, le eccellenze più note di un periodo – quello fra le due guerre (1918-1939) – che rappresenta l’aristocrazia della pittura e del disegno di Rosai.Vi si aggiunga la volontà di superare una lettura esegetica ormai antiquata e limitata dell’opera di questo Maestro fra i maggiori del Novecento, sovente priva dei necessari riferimenti culturali che vi si debbono cogliere (Dostoevskij, Campana e Palazzeschi, fra gli altri) e di una riflessione filosofica che tenga conto delle affinità con il pensiero di Schopenhauer e il pessimismo cosmico di Leopardi.»“Quando il Prof. Faccenda ci ha proposto di realizzare la mostra, e introdotto nella storia complessa e particolare di questo maestro dell’arte del ‘900 – spiega Silvia Chiassai Martini Sindaco di Montevarchi – siamo rimasti catturati dalla delicatezza e dalla grande espressione di umanità che emerge dalle sue opere. Abbiamo pensato che ospitare una esposizione dei suoi capolavori nel nostro Palazzo del Podestà, in un luogo tornato alla sua antica bellezza, fosse un’opportunità culturale che dovevamo cogliere e accettare per offrire ai visitatori una mostra unica”.

  • Siena Awards 2020

    Una bambina con la mascherina consegna dei fiori a un carabiniere. È questo lo scatto di lancio del Siena Awards 2020, il festival dedicato alle arti visive che dal 24 ottobre al 1 dicembre 2020 trasformerà Siena nella capitale mondiale della fotografia. La foto scattata dal carabiniere Giuseppe Ulizio, di stanza a Udine, immortala il gesto gentile di una bambina che, con la mascherina, offre dei fiori come segno di riconoscenza al militare, per il lavoro svolto dalle forze dell’ordine, durante l’emergenza del Covid-19. L’immaginazione non si ferma. La foto coglie un gesto semplice e dolce, dove protagonista della scena è una bambina di Udine, la piccola Melissa, che regala un piccolo bouquet di fiori come segno di incoraggiamento e speranza, in un momento difficile, come quello dell’epidemia del Covid-19. Uno scatto che raccoglie il senso profondo del festival: il potere dell’immaginazione, un dono imprescindibile che non si ferma. I Siena Awards nascono proprio per raccontare i migliori talenti della fotografia del mondo. Persone di ogni cultura che mettono in scena il proprio talento, raccontando storie piccole e grandi. Dal fotografo che entra in uno scenario di guerra, a chi si veste come un panda per fotografarne i comportamenti; da chi si chiude in uno studio a chi vola con un drone. E nella foto che lancia il festival, nell’immagine di questa bambina, ci sono tutti i fotografi del Siena Awards, tutti coloro che continuano a guardare ammirati il frutto della loro immaginazione. Tutti coloro che non si sono arresi e che credono ancora nella bellezza delle piccole cose. “Abbiamo scelto di lanciare l’edizione 2020 del Siena Awards con lo scatto di Giuseppe Ulizio per ribadire che il nostro festival, nonostante tutto, non si è fermato e non si fermerà – spiega Luca Venturi, ideatore e direttore artistico del Festival – Abbiamo ricevuto foto da 165 paesi di tutto il mondo e ogni scatto per noi è un abbraccio che vogliamo condividere con tutti voi. Siena sarà la capitale internazionale della fotografia anche nel 2020. Stiamo già lavorando per organizzare l’edizione più bella di sempre, per continuare a portare avanti, con l’entusiasmo e la passione di sempre, il sogno di organizzare un festival capace di riunire fotografi da tutto il mondo. Oggi con la foto della piccola Melissa che omaggia un carabiniere vogliamo continuare a dire, con ancora maggiore forza, che l’immaginazione non si ferma e la bellezza delle tante storie che in questi anni abbiamo raccontato sono il nostro investimento per il futuro”. Info e social Siena Awards. Il Festival del Siena Awards è promosso dall’associazione culturale Art Photo Travel in collaborazione con il Comune di Siena, con il patrocinio del Ministero degli Esteri, Università degli Studi di Siena, Regione Toscana, Camera di Commercio di Siena e Arezzo. Main Partner dell’evento sono Lumix, Etruria Retail, Siena Ambiente e la catena di negozi specializzati foto/video “Il Fotoamatore”. Partner tecnico è Rete Ivo, Internet Veloce Ovunque. Per informazioni è possibile consultare il sito www.festival.sienawards.com e i canali social Facebook sipacontest; Instagram @sipacontest; Twitter SIPAContest e YouTube Siena International Photography. 

  • Capa in color

    Curata dall’International Center of Photography (ICP) di New York, presenta per la prima volta al grande pubblico le fotografie a colori di Robert Capa. Nonostante sia conosciuto a livello internazionale quasi esclusivamente come maestro della fotografia in bianco e nero, Capa iniziò a lavorare regolarmente con pellicole a colori già nel 1941 fino alla morte nel 1954. Sebbene alcune fotografie furono pubblicate sui giornali dell’epoca, la maggior parte di queste immagini non sono mai state illustrate in un’unica raccolta. L’esposizione racchiude oltre 150 immagini a colori, oltre a lettere personali e appunti dalle riviste in cui furono pubblicate.

  • Edmondo Bacci. L’energia della luce

    Veneziano di origine, Edmondo Bacci (1913–1978) è stato soprattutto un artista del mondo, uno dei pochi artisti italiani capaci di raggiungere il successo in vita, esponendo nei più importanti musei e gallerie d’arte nazionali e internazionali. La forza e la qualità della sua opera attirarono su di sé l’attenzione di alcuni tra i più attenti critici e collezionisti italiani e stranieri, che intorno agli anni ’50 animavano l’allora vivacissima Venezia, tra i quali naturalmente anche Peggy Guggenheim. Bacci si colloca entro la ristretta cerchia di eccellenze artistiche venete, tra cui Tancredi Parmeggiani ed Emilio Vedova, che negli stessi anni ottengono successi e riconoscimenti internazionali. La mostra vuole rendere omaggio all’artista concentrandosi sul periodo più lirico e felice della sua produzione, gli anni ’50, che hanno segnato il suo successo, nella cornice di Venezia, suo luogo di nascita e d’ispirazione.

  • Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze 2020

       Dal 2009 il Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze è il principale evento per tutti gli operatori del settore della Valorizzazione del Patrimonio Culturale Mondiale. Una intera Kermesse dedicata alla conservazione, al restauro, ai musei, alla formazione, alle nuove tecnologie e alle dinamiche connesse al turismo culturale e ambientale.Dal 2018 il Salone organizza l’International Conference Florence Heri-Tech, in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze. Un Convegno internazionale con pubblicazione e indicizzazione degli atti sui temi delle tecnologie applicate al restauro e al patrimonio.Nella scorsa edizione, inoltre, il Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze si è fatto promotore della fondazione dell’European Cultural Heritage Fair Network, un accordo che prevede una stretta collaborazione tra le più importanti Fiere europee che si occupano di beni culturali: La Biennale Spagnola AR&PA e la fiera austriaca Monumento Salzburg.L’edizione 2020 sarà ricca di novità e si svolgerà dal 14 al 16 ottobre 2020 presso Villa Vittoria, Palazzo dei Congressi di Firenze.

  • Frida Kahlo. Il Caos Dentro

    Un Viaggio EmozionanteFrida Kahlo rappresenta il simbolo dell’avanguardia artistica e culturale messicana con la geniale sensibilità, la forza trasgressiva e i pensieri profondi di una delle icone femminili più amate e celebrate del Novecento. Frida è quella straordinaria artista che nonostante una vita travagliata, tra avventure, passioni e dispiaceri, ha lasciato al mondo un patrimonio d’arte senza paragoni, mentre il suo amato Diego Rivera, fu tra i principali ispiratori dell’arte muralista. L’innovativo percorso espositivo tematico della mostra, che si sviluppa in oltre 1.600 mq di spazio, accompagnerà il visitatore direttamente nella vita di Frida Kahlo e Diego Rivera attraverso un racconto appassionante fatto di lettere, film e documentari che la vedono protagonista. Una mostra che offre la perfetta ricostruzione degli spazi in cui visse, come lo studio e la camera da letto; disegni, pagine di diario, oggetti di vita quotidiana, abiti, gioielli ed esclusive fotografie scattate all’epoca da Leo Matiz, fotografo colombiano nella suggestiva Macondo di Gabriel Garcia Marquez, molto amico di Frida. In mostra ci saranno anche alcuni dipinti originali mai esposti prima, come il Ritratto di Frida che Rivera disegnò nel 1954 o come La Nina de los abanicos sempre di Diego Rivera del 1913. La mostra dedicata alla grande regina dell’arte messicana Frida Kahlo vuole celebrarne la figura di donna e di artista Il Caos Dentro è un percorso interattivo di forte impatto sensoriale che intende coinvolgere pienamente il visitatore nel ripercorrere la vita, la storia e la creatività  dell’artista grazie anche all’uso della multimedialità. Vedi anche:• Frida Kahlo. Il caos dentro• FOTO: L’idea di Frida: una magica storia vera• Nell’anima di Frida Kahlo: dentro il percorso sensoriale dedicato alla “ocultadora”• Il caos dentro. Nel mondo di Frida Kahlo• ARTE.it media partner della mostra Frida Kahlo. Il caos dentro

  • Giovanni Battista Piranesi nelle collezioni della Galleria Nazionale dell’Umbria

    In occasione del terzo centenario della nascita di Giovanni Battista Piranesi, la Galleria Nazionale dell’Umbria presenta, dal 10 ottobre 2020 al 13 febbraio 2021, una mostra dedicata all’artista veneziano.La Galleria Nazionale dell’Umbria possiede circa 200 acqueforti del grande architetto, incisore e teorico Giovanni Battista Piranesi, appartenenti ai due tomi delle celebri Vedute di Roma disegnate ed incise da Giambattista Piranesi architetto veneziano, nonché alle Antichità d’Albano e di Castel Gandolfo descritte ed incise da Giovambattista Piranesi. Le incisioni furono stampate dalla Calcografia Nazionale di Roma, allora Calcografia Regia, dalle matrici acquistate dall’editore parigino Firmin Didot, che aveva provveduto a stampare, tra il 1835 e il 1839 e in diversi volumi, le Opere di Giovanni Battista Piranesi, Francesco Piranesi e d’altri.

  • Vittore Carpaccio. Dipinti e disegni

    Celebre soprattutto per i suoi cicli di dipinti narrativi e religiosi, Vittore Carpaccio (1460/66 – 1525/26) rappresenta la grandezza e lo splendore di Venezia trasportando le storie sacre nella vita quotidiana, in scenari ricchi di dettagli, unendo l’osservazione della scena urbana al poetico e al fantastico. Oggetto di un rinato interesse della storiografia, anche grazie a recenti scoperte, attribuzioni e restauri, Carpaccio non è più stato oggetto di un’esposizione monografica dal 1963, dalla storica mostra di Palazzo Ducale. L’esposizione è costruita in co-produzione con The National Gallery di Washington e traccerà, in termini sia tematici che cronologici, lo sviluppo della pittura carpaccesca  da una prospettiva aggiornata, attraverso i cicli religiosi e i dipinti di genere e un consistente nucleo di disegni, rivelatori della sua fervida immaginazione, del rigore della sua tecnica e del suo interesse per la natura, la prospettiva e gli effetti della luce. Con importanti prestiti da collezioni museali europee e statunitensi e da collezioni private, nel capitolo veneziano l’esposizione ricostruirà il percorso dell’artista dalla giovinezza alla maturità artistica, ricomponendo cicli narrativi oggi dispersi e rimandando a itinerari cittadini per quelli presenti in laguna; nel suo seguito di Washington, prima esposizione americana per Carpaccio, verranno eccezionalmente proposte opere commissionate dalle confraternite, conservate a Venezia e presentate dopo recentissimi restauri rivelatori.

  • Van Gogh. I colori della vita

    Il biennio 2020-2022 per Linea d’ombra ha un significato particolare, poiché segna un traguardo non banale e che non era per nulla scontato. Ho creato Linea d’ombra nell’autunno 1996 e dunque nell’autunno 2021 cadranno i venticinque anni da allora. Possiamo chiamarle le nostre nozze d’argento con l’arte. Le società organizzatrici di mostre in Italia, in quel momento, si contavano sulle dita di una mano e niente lasciava presagire quello che sarebbe accaduto dopo in un ambito sempre complicato e difficile. Per di più perché a fondare quella società era un trentenne che fino alla metà degli anni novanta aveva esperienza solo di esposizioni legate al Novecento italiano.Quello che è successo da allora fa parte della nostra storia, e certamente un po’ anche della storia delle mostre in Italia, cui Linea d’ombra ha saputo dare il suo contributo. Una storia fatta di oltre undici milioni di visitatori finora e di relazioni con oltre mille musei prestatori in tutti i cinque continenti. Musei che hanno concesso oltre diecimila opere giunte nel nostro paese. Molte, moltissime tra queste opere veri e propri capolavori. Se c’è una sola cosa che mi fa piacere ricordare infatti, questa è proprio la capacità di avere fatto mostre mai ancorate all’annuncio dei soli nomi, ma sostanziate da quadri e sculture di qualità spesso superlativa. Tanti ci hanno aiutato a percorrere questa strada, dai committenti agli sponsor a tutti i collaboratori che ho avuto e che ringrazio di cuore. Niente sarebbe stato possibile senza di loro.Adesso viene la prima delle due mostre che ho pensato, in accordo con la città di Padova nella quale mai Linea d’ombra aveva lavorato prima, per dare senso compiuto a questi venticinque anni. Su Van Gogh ho lavorato e scritto, tra l’altro dedicandogli il mio primo romanzo, mentre il secondo s’annuncia sugli ultimi giorni della sua vita. Questa esposizione, forte di oltre cento opere, con venti musei prestatori e ovviamente al primo posto il Kröller-Müller, ha l’ambizione di inserire Van Gogh nel flusso del suo tempo, nella precisa relazione con altri artisti che per lui hanno contato. Ci sarà tempo per vederla, intanto con questo libro la presentiamo per la prima volta. Tutte le opere in esso riprodotte si vedranno nella mostra di Padova, assieme a molte altre.Un’esposizione che dunque non si ferma a una visione esclusivamente monografica, ma presenta l’opera del grande artista olandese con tanti approfondimenti non così usuali da vedersi, e in questo modo colloca quell’opera meravigliosa entro non abituali confini. Dai due anni nelle miniere del Borinage in Belgio, al tempo nel Brabante olandese, fino agli anni francesi che la mostra indaga in modo approfondito. Con alcune presenze certamente poco attese in un progetto rivolto anche al grande pubblico. Per sancire ancora una volta come sia possibile tenere insieme studio, approfondimento ed emozione.

  • Stoner. Landing pages

    Promossa dall’Unione dei Comuni Circondario Empolese Valdesa e prodotta dal Sistema museale “Museo diffuso Empolese Valdelsa” (MuDEV) e da YAB Young Artists Bay, si terrà a Certaldo e Gambassi Terme (FI) la seconda edizione di “Ci sono sempre parole. [non]Festival delle narrazioni popolari (e impopolari)”, posticipata di alcuni mesi a causa dell’emergenza sanitaria. Fissate anche le nuove date della mostra d’arte contemporanea “Stoner. Landing pages”, in programma dal 5 settembre 2020 al 10 gennaio 2021 nella storica sede del Palazzo Pretorio di Certaldo. L’esposizione è parte di una manifestazione che intende ricostruire le connessioni tra le comunità, rigenerare la capacità di ascolto e cementare l’empatia, rimettendo al centro le persone e i loro racconti di vita quotidiana, in un momento storico segnato dal distanziamento sociale. L’esposizione, liberamente ispirata al romanzo “Stoner” di John Williams, è curata da Cinzia Compalati ed Andrea Zanetti con opere di Emiliano Bagnato, Mauro Fiorese, Stefano Lanzardo, Roberta Montaruli, Eleonora Roaro, Jacopo Simoncini, Giuliano Tomaino e Zino. Dopo l’anteprima tenutasi a Pescara nel 2016, a seguito di una campagna di crowdfunding che ha coinvolto appassionati d’arte e bibliofili, mobilitando lo spontaneismo e creando una vera condivisione emotiva, il progetto si presenta a Certaldo nella sua completezza, con l’aggiunta di un lavoro inedito di Emiliano Bagnato e la rimodulazione contest specific delle installazioni.  La mostra “Stoner. Landing pages” trae origine dal noto romanzo di John Williams, un caso letterario che ha appassionato migliaia di lettori nel mondo: la biografia di un anonimo professore universitario che a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale affronta i drammi e le passioni di una vita normale. Ad otto autori contemporanei, diversi per poetica e formazione, è stato chiesto di far vivere i personaggi e le atmosfere del romanzo attraverso il proprio linguaggio: fotografia, istallazioni, musica, performance e video. Non solo la riproduzione espressiva delle pagine di “Stoner”, bensì l’appropriarsi dei protagonisti per scavarne le profondità, per esternarne il non-detto e il non-scritto, per incanalare la narrazione nelle suggestioni della forza visiva. Emiliano Bagnato (La Spezia, 1993) – compositore e sound designer – interpreta Grace, la figlia di Stoner. In una rilettura musicale e interattiva, tutto il dramma di un personaggio che ha subito le storie dei genitori, senza colpe. Resterà imprigionato o si salverà dal suo passato? Mauro Fiorese (Verona, 1970-2016) è stato uno dei cento fotografi più quotati al mondo. Sono esposte, dopo la sua morte prematura, alcune opere tratte da www.libraincancer.it, il blog in cui ha raccontato la sua personale battaglia contro il cancro. Tenendo fede all’impostazione letteraria dell’esposizione, l’autore ha composto dodici dittici fotografici che si sviluppano nell’immagine pura e nel suo, arbitrario, rimando testuale. In mostra interpreta Gordon Finch, l’amico fraterno di Stoner e filtra attraverso i suoi occhi – e quindi attraverso il grande tema dell’amicizia – la vita del  protagonista. Stefano Lanzardo (La Spezia, 1960) è Stoner. Con quattro scatti fotografici sono descritti altrettanti momenti simbolo dell’esistenza del protagonista: dalla terra che lo ha generato, e alla quale torna, ai corridoi dell’università in cui passeggia come un fantasma, allo studio di casa, dove poteva dedicarsi alle amate letture, fino alla relazione con le donne del romanzo. Un viaggio dal forte impiano anti-eroico e anti-epico che trasforma la vita di un uomo dimenticato da tutti in un racconto collettivo. Roberta Montaruli (Torino, 1978) è Katherine, l’amante di Stoner. L’artista torinese racconta la loro storia d’amore in una video-installazione in cui – mancando la presenza antropica – sono gli oggetti a narrare le loro vite, fatte di respiri e sospiri, gioie e dolori, fatica e tensione verso la felicità. Un video d’animazione che si crea e si cancella attraverso l’uso del carboncino e della gomma, in bilico tra eterno ed effimero. Eleonora Roaro (Varese, 1989) ha realizzato per la mostra una video installazione dedicata ad Edith, la moglie di Stoner, in cui porta alla luce tutte le fobie del personaggio, una donna distante, anaffettiva, che non si fa “toccare” in tutti i sensi. Attraverso una sineddoche – Edith è rappresentata solo dal suo occhio ceruleo – diventa la “telecamera di sorveglianza” delle vite di chi la circonda. In esposizione anche il video-documento di una performance in cui ha interpretato Edith in uno dei momenti topici del romanzo dipingendo di rosa, in preda a una sorta di controllata follia, la scrivania e tutti gli oggetti di Stoner. Jacopo Simoncini (Carrara, 1979) ha composto per l’esposizione un pezzo inedito per viola – eseguito da Ignazio Alayza – che racconta attraverso sussulti lo stridore dell’esistenza. Le corde, come le vite dei personaggi del romanzo, sono quasi portate a rompersi, lo vorrebbero, ma non ci riescono. Una tensione continua che accompagna lo sguardo sulla mostra. La stessa tensione che attraversa tutta la musica di Simoncini, una musica che vuole evocare paesaggi interiori, teatrale nel suo continuo mettere in scena emozioni contrastanti e stati d’animo. Giuliano Tomaino (La Spezia, 1945) – l’artista che tutti hanno potuto vedere con le sue sculture nel decumano di Expo Milano 2015 – interpreta il padre di Stoner, portando avanti la storica serie dei “Santi” con una cruda installazione che ferma il momento della sua morte. Solo una frase, ad evocare la caducità delle azioni compiute e dell’esistenza, la sua e quella di tutti. Anche il segreto della morte svela il peso dell’assenza e riconduce alla semplicità della terra. Attorno solo il silenzio e la sua musica. Zino (Teramo, 1973) – noto per le opere realizzate con i lego e la realtà aumentata – qui interpreta l’antagonista di Stoner e lo immortala nel momento in cui fa la sua prima apparizione nel romanzo: fisicamente menomato, Lomax ha un viso da attore del cinema sul quale l’artista riporta le parole della sua presentazione all’interno del testo. Tra le righe, una frase metalinguistica attraverso la quale l’artista dà forma a quello che sarebbe stato il pensiero di Lomax nei confronti del romanzo stesso: “Stoner è un libro del cazzo”. La mostra “Stoner. Landing pages” sarà allestita al piano terra di Palazzo Pretorio, l’edificio più rappresentativo di Certaldo. Il nucleo iniziale, eretto dai Conti Alberti intorno alla fine del XII secolo, si è ampliato nel corso dei secoli. Dal 1415 al 1784 è stato sede del Vicariato della Valdelsa e della Val di Pesa. Si sono succeduti, nel ruolo di Vicari, amministratori della giustizia – la carica era semestrale – ben 707 esponenti di importanti famiglie fiorentine. Ne sono testimonianza le centinaia di stemmi araldici che si conservano sulle mura e alle pareti del Palazzo e nell’archivio vicariale. Nel Palazzo sono visitabili le sale dedicate all’amministrazione della giustizia e l’appartamento privato del Vicario; sono ancora presenti le prigioni. Nell’annessa chiesa si conservano anche gli affreschi del Tabernacolo dei Giustiziati (1464-65), opera di Benozzo Gozzoli, originariamente situato nel paese basso. Ideato da Andrea Zanetti, direttore artistico insieme a Cinzia Compalati sin dalla prima edizione, il festival si inserisce in una progettualità più ampia, tesa ad incentivare la partecipazione delle comunità nella ridefinizione della missione culturale del territorio. Oltre alla mostra, che porta in scena la seconda parte del nome del Festival – (e impopolari) -, cioè quelle storie che appartengono al vissuto di tutti ma che nessuno vorrebbe ascoltare, la manifestazione prevederà due ulteriori azioni: i racconti dei cittadini, storie di vita vissuta messe in scena direttamente dai cittadini (grazie al supporto drammaturgico di attori professionisti individuati tramite call pubblica) e parole e musica del cantautore Bobo Rondelli, uno degli ultimi “maledetti” della canzone e della poesia italiana, che sarà presente il 13 settembre, a Gambassi Terme, con lo spettacolo “Cos’hai da guardare?”.  L’edizione 2020 del festival è realizzata con il contributo di Fondazione CR Firenze; media partner Radio Nostalgia e Segnonline. La mostra “Stoner. Landing pages” sarà aperta al pubblico dal 5 settembre al 31 ottobre tutti i giorni con orario 10.00-13.00 e 14.30-19.00, dal 1° novembre al 10 gennaio di lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì con orario 10.00-13.00 e 14.30-16.30; sabato e domenica ore 10.00-13.00 e 14.30-17.30, chiuso il martedì. Per informazioni ed approfondimenti: info@museiempolesevaldelsa.it, www.museiempolesevaldelsa.it. Il MuDEV Museo diffuso Empolese Valdelsa è un progetto di rete culturale degli 11 Comuni dell’Unione dei Comuni Circondario dell’Empolese Valdelsa, area di 753 kmq nella Toscana centrale con 167.000 residenti, …

  • La fortuna della Deposizione Baglioni di Raffaello nelle copie perugine

    In occasione del quinto centenario della morte di Raffaello, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia presenta, dal 3 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021, una rassegna che documenta la presenza e la forte influenza del maestro urbinate a Perugia – dove lasciò numerosi capolavori come la Pala Ansidei ora alla National Gallery di Londra e la Madonna Connestabile custodita all’Ermitage di San Pietroburgo – attraverso l’esposizione di sette copie perugine della Deposizione Baglioni, dipinta nel 1507 per l’altare di famiglia nella chiesa di S. Francesco al Prato e fatta rubare da Scipione Borghese nel 1608.L’opera, oggi custodita alla Galleria Borghese di Roma, conobbe già una prima replica importante per la chiesa di S. Agostino ad opera di Domenico Alfani, amico e sodale di Raffaello, e di suo figlio Orazio nel 1554, quindi più di mezzo secolo prima del colpo di mano che privò Perugia di una delle sue opere più celebri, gettando i cittadini nello sgomento.Scipione Borghese cercò di riparare il torto commesso spedendo per l’altare Baglioni una copia, tradizionalmente riferita al Cavalier d’Arpino e oggi conservata in Galleria, mentre Sassoferrato realizzò una replica per S. Pietro e numerosi pittori rimasti anonimi ne fecero altre per chiese e palazzi.La sequenza giunge fino agli inizi del XVIII secolo, a riprova di quanto l’immagine fosse rimasta sempre viva nel senso civico, religioso ed estetico dei perugini.Leggi anche:• FOTO – I grandi capolavori di Raffaello• Se il calore di Raffaello, in mostra alle Scuderie del Quirinale, può aiutarci a superare la paura • Raffaello e i tesori di Roma antica: l’attualità di una lettera di 500 anni fa• Tutto pronto per la mostra “epocale” dedicata a Raffaello, artista di pace• Raffaello 1520 – 1483• La Fornarina come non l’avete vista mai• Raffaello superstar alle Scuderie del Quirinale con 200 capolavori• Le trame di Raffaello. Il restauro dell’arazzo Madonna del Divino Amore del Museo Pontificio di Loreto• FOTO – Raffaello a Berlino• Raffaello Sanzio: biografia • Aspettando Raffaello: dai teatri alla Domus Aurea, tutti gli appuntamenti con il Divin Pittore• Perugia si prepara a celebrare Raffaello con tre grandi mostre• Le Marche celebrano Raffaello: tutti gli appuntamenti in programma• Da Modigliani a Raffaello: al cinema la primavera è nel segno dell’arte

  • Un mondo fluttuante. Opere su carta di Anna Onesti

    La Casina delle Civette, Musei di Villa Torlonia, ospita dal 2 aprile al 31 maggio 2020 la mostra “Un mondo fluttuante. Opere su carta di Anna Onesti”, che presenta otto arazzi e otto aquiloni in carta giapponese, frutto del recente lavoro dell’artista che da oltre venti anni approfondisce tradizioni artistiche diverse e spesso lontane.  La mostra, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio della Fondazione Italia Giappone, è a cura di Alessia Ferraro. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura. L’ingresso è gratuito per i possessori della MIC Card. Anna Onesti è un’artista, dal percorso complesso e articolato, che ha collaborato con importanti istituzioni internazionali impegnate nella salvaguardia del patrimonio culturale. I suoi lavori sono realizzati su carta washi, “carta giapponese”, utilizzando tecniche decorative ispirate alla tintura tradizionale dei tessuti e apprese nei suoi periodi di studio in Giappone, come l’itajimezome, lo shiborizome e il katazome. La storia della carta in Giappone affonda le sue radici in epoche lontane grazie ai contatti con la Cina tramite la Corea e grazie all’avvento del Buddhismo, introdotto ufficialmente nel 552. Il termine washi indica varie tipologie di carta che si differenziano per tecniche esecutive e per tipo di fibre utilizzate.  Le opere in mostra, sia gli arazzi che gli aquiloni, sono realizzate impiegando carta washi ottenuta dalla lavorazione delle fibre di kozo e colori di origine vegetale come il blu dell’indigofera tinctoria (ai), il viola del legno del Brasile (suwo), il rosso delle radici di robbia (akane), il giallo dell’albero di Amur (kihada), il bruno dei frutti dell’ontano (yashiya), il verde delle noci di galla (fushi), il nero dell’inchiostro di carbone (sumi). Le fibre della carta washi, lunghe e morbide, hanno la capacità di trasmettere alle materie impiegate profondità e di donare alle macchie di colore e alle tracce dei segni una foschia leggera che addolcisce i contorni e smussa i tratti trasformando il colore in materia pulsante. I procedimenti tecnici utilizzati – l’impronta, il ricalco, la tintura per piegatura o per legatura – permettono all’artista di replicare le sue forme stabilendo un ritmo che assume una cadenza meditativa ricca di rimandi, di assonanze, di echi. Un’opera, quella di Anna Onesti, che, partendo da un’estrema aderenza ai materiali utilizzati, cerca di affermare un’esperienza sensoriale del sentire ottico e fisico del tutto originale, grazie anche all’uso di una manualità che sembra sfociare in una ritualità senza tempo.  La carta di produzione artigianale conserva ancora oggi in Oriente una tradizione manifatturiera straordinariamente viva, così come l’impiego dei colori naturali che oggi sono tornati ad essere prodotti anche sui nostri territori. Questi materiali, con le loro particolarità e le loro polivalenze, hanno tutte le caratteristiche per adattarsi ad un mondo tecnologico molto diverso da quello delle loro origini. La mostra dunque vuole riflettere anche su queste materie preziose e uniche il cui sviluppo dipende molto dalla qualità dell’ambiente e dal suo giusto equilibrio ecologico.Anna Onesti è nata nel 1956 a Rocca di Papa (Roma) e ha studiato presso le Accademie delle Belle Arti di Roma, Urbino e Torino, diplomandosi in Scenografia con Toti Scialoja e in Decorazione con Francesco Casorati. Ha svolto parte della sua formazione artistica a Torino. Funzionario Restauratore Conservatorepresso l’Istituto Centrale per la Grafica, ha collaborato con importanti istituzioni internazionali impegnate nella salvaguardia del patrimonio culturale. Nel 1985 collabora con il Museo Nazionale d’Arte Orientale al restauro di un nucleo di stampe Ukiyo-e provenienti dal Museo d’Arte Orientale di Venezia ed esposte nella mostra “Il Mondo di Eizan”; nel 1985 frequenta il Corso Internazionale sui metodi di conservazione delle opere d’arte orientali organizzato nella sede romana dell’ICCROM (International Centre for the Study of the Preservation and Restauration of Cultural Property). A seguito di queste esperienze coltiva un costante interesse circa i metodi di restauro orientali, studi coronati nel 1994 dalla partecipazione al Corso Internazionale “Japanese Paper Conservation” svoltosi a Tokyo e Kyoto, organizzato dall’ICCROM e dal TNRICP (Tokyo National Research Institute of Cultural Properties). Un secondo viaggio in Giappone e poi viaggi in India e in Indonesia la portano ad interessarsi alle tecniche di tintura e di decorazione delle carte orientali. Nel 2004 l’artista inizia a realizzare con le carte orientali degli aquiloni (immagini del cielo) basando la loro costruzione anche su tipologie derivate da forme tradizionali giapponesi. Notevoli mostre e pubblicazioni scientifiche hanno costellato il complesso percorso di quest’artista, che incrocia conservazione e riflessione teorica, nel nome di un “fare” delicato e consapevole legato alla manualità del restauro di carta e di un deciso “pensare” all’arte come evocazione di sentimenti.  Inaugurazione 1 aprile 2020 ore 17EVENTINell’ambito della mostra si svolgeranno alcune conferenze e visite guidate condotte dall’artista e dalla curatrice, un laboratorio didattico per gli alunni delle scuole elementari e medie e altri eventi in occasione del finissage della mostra.Sabato 4 aprile ore 17.00Conferenza di Anna Onesti “Una storia di colori-Iro no monogatari”Gratuita con invito Domenica 5 aprile ore 11.30Visita guidata alla mostra tenuta da Alessia Ferraro Sabato 11 aprile ore 10.30Gli allievi del “Biennio di materiali cartacei” Accademia di Belle Arti di Roma, coordinati dalla professoressa Laura Salvi, illustreranno l’evoluzione dei materiali cartacei dall’antichità fino alla sperimentazione contemporanea. Gratuita con invito Sabato 18 aprile ore 10.30Laboratorio “Tra le pieghe dei colori” tenuto da Anna Onesti rivolto agli alunni delle scuole elementari e medie. Laboratorio gratuito Domenica 26 aprile ore 11.30Visita guidata della mostra tenuta da Anna Onesti con il fotografo Fabio Massimo Fioravanti. Domenica 3 maggio ore 11.30 Visita guidata alla mostra tenuta da Alessia Ferraro. Domenica 17 maggioore 10.30 Incontro con gruppo di aquilonisti romani “Greko Kite” – porticato Dipendenza della Casina.ore 15.30 Visita guidata tenuta da Anna Onesti Sabato 23 maggio ore 17.00Conferenza “Tesuki washi, la carta giapponese di produzione artigianale” tenuta da Anna Onesti.Gratuita con invito Domenica 31 maggio ore 16.30Finissage con evento nel giardino della Casina delle Civette: racconto di una fiaba della tradizione giapponese a cura della narratrice Genji Colombo e della musicista Veronica Garroni.Ingresso gratuito. Massimo 60 posti a sedere.

  • Project Room #14 – Kasper Bosmans

    Per il secondo appuntamento del ciclo 2020 delle Project Room, curate da Eva Fabbris, la Fondazione presenta una mostra personale di Kasper Bosmans.La pratica di Kasper Bosmans (1990, Lommel. Vive e lavora tra Bruxelles e Amsterdam) è caratterizzata da una ampia interdisciplinarietà. Questo artista predilige una declinazione installativa della scultura, alla quale associa spesso dei piccoli dipinti intitolati Legend, composizioni piatte e allusive di simboli, motivi araldici, segni e codici che fungono da traccia narrativa in relazione alle proprie opere tridimensionali. Bosmans infatti è interessato agli oggetti e al loro potenziale simbolico, che vengono analizzati a partire tanto da riferimenti storici quanto da tradizioni folkloriche.Per la sua Project Room, Bosmans realizzerà un progetto site-specific nello spazio espositivo della Fondazione.

  • Robert Doisneau

    Il più bel bacio della storia della fotografia? Impossibile, certo, stabilirlo.Ma è certo che un posto sul podio spetta all’immagine di questa giovane coppia, indifferente alla folla dei passanti e al traffico della place de l’Hôtel de Ville di Parigi.L’autore è Robert Doisneau, il grande maestro della fotografia cui Palazzo Roverella renderà omaggio nell’autunno 2020 attraverso una mostra originale, capace di rivelare al pubblico delle opere la cui vocazione è, appunto, catturare momenti di felicità come questo.Insieme a Henri Cartier-Bresson, Doisneau è considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada. Con il suo obiettivo cattura la vita quotidiana degli uomini e delle donne che popolano Parigi e la sua banlieue, con tutte le emozioni dei gesti e delle situazioni in cui sono impegnati.Il suo è un racconto leggero, ironico, che strizza l’occhio con simpatia alla gente. Che diventa persino teneramente partecipe quando fotografa innamorati e bambini.“Quello che cercavo di mostrare era – ricorda l’artista – un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere. ““Mi piacciono – continua – le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. È una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.”“Il fotografo deve essere come carta assorbente, deve lasciarsi penetrare dal momento poetico. La sua tecnica dovrebbe essere come una funzione animale, deve agire automaticamente.”Doisneau nasce nel 1912 nel sobborgo parigino di Gentilly, la sua formazione come fotografo nasce dall’apprendistato nel laboratorio di un fotografo pubblicitario. Ma la sua attenzione si trasferisce presto ai quartieri popolari di Parigi e della banlieue, immagini che cominciano a comparir sulle riviste attraverso l’agenzia Rapho, di cui è uno dei membri più importanti. Poi la guerra lo spinge a mettersi a disposizione della resistenza per dare nuova identità ai ricercati. Dopo la Liberazione, ecco alcuni reportages per “Vogue” e, nel ’49 il libro realizzato in collaborazione col suo sodale, il celebre scrittore Blaise Cendrars, La Banlieue de Paris, la prima sintesi dei molti racconti per immagini che dedicherà a questo mondo. Doisneau ne descrive la quotidianità, componendo un racconto visivo in cui si mescolano una profonda umanità e una nota di umorismo, sempre presente nel suo lavoro.

  • Robert Doisneau

    Il più bel bacio della storia della fotografia? Impossibile, certo, stabilirlo.Ma è certo che un posto sul podio spetta all’immagine di questa giovane coppia, indifferente alla folla dei passanti e al traffico della place de l’Hôtel de Ville di Parigi.L’autore è Robert Doisneau, il grande maestro della fotografia cui Palazzo Roverella renderà omaggio nell’autunno 2020 attraverso una mostra originale, capace di rivelare al pubblico delle opere la cui vocazione è, appunto, catturare momenti di felicità come questo.Insieme a Henri Cartier-Bresson, Doisneau è considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada. Con il suo obiettivo cattura la vita quotidiana degli uomini e delle donne che popolano Parigi e la sua banlieue, con tutte le emozioni dei gesti e delle situazioni in cui sono impegnati.Il suo è un racconto leggero, ironico, che strizza l’occhio con simpatia alla gente. Che diventa persino teneramente partecipe quando fotografa innamorati e bambini.“Quello che cercavo di mostrare era – ricorda l’artista – un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere. ““Mi piacciono – continua – le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. È una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.”“Il fotografo deve essere come carta assorbente, deve lasciarsi penetrare dal momento poetico. La sua tecnica dovrebbe essere come una funzione animale, deve agire automaticamente.”Doisneau nasce nel 1912 nel sobborgo parigino di Gentilly, la sua formazione come fotografo nasce dall’apprendistato nel laboratorio di un fotografo pubblicitario. Ma la sua attenzione si trasferisce presto ai quartieri popolari di Parigi e della banlieue, immagini che cominciano a comparir sulle riviste attraverso l’agenzia Rapho, di cui è uno dei membri più importanti. Poi la guerra lo spinge a mettersi a disposizione della resistenza per dare nuova identità ai ricercati. Dopo la Liberazione, ecco alcuni reportages per “Vogue” e, nel ’49 il libro realizzato in collaborazione col suo sodale, il celebre scrittore Blaise Cendrars, La Banlieue de Paris, la prima sintesi dei molti racconti per immagini che dedicherà a questo mondo. Doisneau ne descrive la quotidianità, componendo un racconto visivo in cui si mescolano una profonda umanità e una nota di umorismo, sempre presente nel suo lavoro.

  • La Rivoluzione siamo noi. Collezionismo italiano contemporaneo

    Piacenza si arricchisce di un nuovo spazio espositivo.Nell’edificio Ex-Enel della Fondazione di Piacenza e Vigevano, nasce XNL Piacenza Contemporanea un centro culturale interamente dedicato all’arte contemporanea.XNL è il risultato della ristrutturazione di un edificio industriale – la ex sede dell’Enel, in via Santa Franca, 36 – dei primi decenni del Novecento, di particolare pregio architettonico, restituito alla città come luogo per raccontare il tempo presente.XNL Piacenza Contemporanea sarà inaugurato dalla mostra LA RIVOLUZIONE SIAMO NOI. Collezionismo italiano contemporaneo.LA RIVOLUZIONE SIAMO NOI, curata da Alberto Fiz, organizzata dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, col patrocinio del MiBACT – Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, della Regione Emilia-Romagna, con un progetto di allestimento di Michele De Lucchi e AMDL CIRCLE e la consulenza scientifica del Polo Territoriale di Mantova del Politecnico di Milano, presenta oltre 150 opere, tra dipinti, sculture, fotografie, video e installazioni di autori quali Piero Manzoni, Maurizio Cattelan, Marina Abramović, Tomás Saraceno, Andy Warhol, Bill Viola, Dan Flavin, provenienti da 18 collezioni d’arte, tra le più importanti in Italia, che indagano trasversalmente movimenti, stili e tendenze della contemporaneità.Il percorso si completa alla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi – i cui locali sono attigui a quelli di XNL – dove una serie di lavori di artisti tra cui Ettore Spalletti, Wolfgang Laib, Fabio Mauri, Gregor Schneider, Pietro Roccasalva, dialoga con i capolavori dell’Ottocento e del Novecento, raccolti dall’imprenditore e collezionista piacentino Giuseppe Ricci Oddi che costituisce un fondamentale modello di riferimento.“Il Centro XNL – afferma Massimo Toscani, presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano – è una fabbrica di idee che oggi è finalmente in grado di lavorare per Piacenza e per il mondo dell’arte in Italia, rispetto al quale intende porsi come un nuovo ulteriore strumento di analisi critica della cultura contemporanea in comunione con le istituzioni pubbliche e private già operanti”.“Per la nostra città – prosegue Massimo Toscani -, l’apertura del Centro XNL è un evento che non ha precedenti: è la prima volta, infatti, che un progetto finalizzato precisamente alla cultura contemporanea prende forma e si concretizza in un luogo aperto a tutte le sperimentazioni”.“La rivoluzione siamo noi – dichiara Alberto Fiz – analizza la figura del collezionista intesa come mecenate del Terzo Millennio. Ma anche come ordinatore del caos e costruttore di una nuova progettualità dove lui stesso diventa responsabile. In tal senso, il collezionista non è un semplice acquirente di opere d’arte ma con le sue scelte assume un ruolo da protagonista nella vita pubblica”.“Il titolo della mostra – continua Alberto Fiz – prende spunto dall’installazione di Maurizio Cattelan La rivoluzione siamo noi dove l’artista, con compiacimento narcisistico, si autodenigra appendendosi a un gancio con gli abiti di feltro di Joseph Beuys che nel 1972 realizzò un’opera dallo stesso titolo di forte impronta politica. Gli elementi che accomunano i due lavori sono la solitudine e la presa di posizione individuale, comportamenti che, molto spesso, coinvolgono anche il collezionista”.La rassegna non ha lo scopo di stilare classifiche ma, semmai, di proporre, nel suo complesso, l’esperienza del collezionismo privato in base a una ricerca che coinvolge protagonisti ormai classici come Giorgio Morandi, Alberto Burri, Lucio Fontana, Fausto Melotti, Robert Morris, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Mario Merz, Keith Haring, Gerhard Richter, Daniel Buren, William Kentridge, Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone (verrà presentato un suo intervento site-specific realizzato appositamente per la mostra), per giungere alle realtà contemporanee di maggior interesse con artisti quali Ghada Amer, Sislej Xhafa, Roberto Cuoghi, Urs Fischer, Zang Huan, Tobias Rehberger, Thomas Hirschhorn, Teresa Margolles, Zanele Muholi, in base ad un progetto che è stato realizzato in sinergia con i collezionisti.La mostra documenta il fenomeno del collezionismo nella sua globalità attraverso le vicende di oltre cinquant’anni. Ne emerge un grande affresco collettivo, una ‘collezione delle collezioni’ legata alla passione e al gusto del nostro tempo, che consente al visitatore di entrare in uno straordinario museo privato, ricco di sorprese, ordinato dal curatore che ha instaurato un rapporto di complicità con i collezionisti, liberi da qualsiasi tentazione autoreferenziale.La rassegna è accompagnata dalle video-interviste ai collezionisti raccolte in un unico documento realizzato da Roberto Dassoni insieme a Eugenio Gazzola. La vocazione multidisciplinare del nuovo spazio espositivo è confermata dalle numerose iniziative collaterali, coordinate da Giorgio Milani, come la rassegna filmica, curata da Marco Senaldi e una serie di talk con collezionisti, artisti, critici e storici dell’arte, curata da Alberto Fiz. Non mancano, poi, concerti e spettacoli teatrali, oltre alle visite guidate e a un programma di didattica rivolto alle scuole.L’omaggio di Piacenza al collezionismo italiano, oltre a metterne in luce la vitalità e la lungimiranza, appare tanto più significativo in un paese dove questo fenomeno, così esteso e capillare, ha permesso di sopperire alle carenze istituzionali diventando il tramite fondamentale per la diffusione dell’arte contemporanea. Un processo che appare oggi in tutta la sua evidenza con i collezionisti che, spesso, in qualità di partner dei musei e attraverso fondazioni, donazioni, comodati, archivi, divulgano un’esperienza che un tempo rimaneva gelosamente custodita in spazi inaccessibili.La rivoluzione siamo noi permette di conciliare sia la componente spettacolare sia quella più intima ed emozionale, creando una relazione tra le opere, gli artisti e le motivazioni del collezionare, come emerge dalle otto sezioni – Complicità, Domestiche alterazioni, Rovesciare il Mondo, Enigma, L’altro visto da sé, Controllare il caos, Esplorazioni, Spazi di Monocromia – della rassegna dove ciascuna rappresenta una collezione in un contesto animato da interferenze, suggestioni e scardinamenti temporali.ComplicitàIl percorso si apre con la complicità, ovvero con la dialettica tra collezionista e artista che si esplicita attraverso una serie di “ritratti – dediche” che coinvolgono Ernesto Esposito in un’immagine conturbante e ambigua di Helmut Newton o Paolo Consolandi, insieme alla sua famiglia, immortalato da Thomas Struth. Se Patrizia Sandretto Re Rebaudengo è ritratta in piedi con un gioiello americano degli anni cinquanta da Clegg & Guttmann, ecco una particolare elaborazione della poltrona Proust di Alessandro Mendini su cui appare il volto di Giuliano Gori accanto a un albero meccanico. C’è, poi, la superficie specchiante di Michelangelo Pistoletto con l’immagine serigrafata di Giovanni e Chiara Flordi o il profilo di Natalina Remotti ritagliato da Eduardo Arroyo. E ancora: la scultura di Barry X Ball in lapislazzuli dedicata a Laura Mattioli, il ritratto di Giorgio Fasol dipinto in un contesto artificiosamente naturalistico da Matteo Fato, l’intima immagine fotografica della famiglia Palmigiano messa in scena da Alice Ronchi con la poesia di Giorgio Gaber o l’ironica composizione di Thorsten Kirchhoff che dispone verticalmente la famiglia Leggeri insieme al loro cane.Domestiche alterazioniL’ambiente della casa e tutto ciò che ad essa è collegata, dall’arredamento al cibo, subisce una profonda trasformazione con effetti ironici e paradossali. Il percorso coinvolge la Torre di torrone di Aldo Mondino, i secchi per pavimento di Wim Delvoye conservati come gioielli preziosi, gli abiti in lattice di Giulia Piscitelli. Ma anche la Sedia antropomorfa su cui compare la bandiera italiana di Armando Testa, o il leopardo che passeggia su centinaia di tazze di cappuccino nell’immagine fotografica di Paola Pivi. Gli scovolini per la polvere di Pino Pascali dai colori psichedelici, infine, si trasformano in bachi da setola reinventando l’immaginario attraverso il vero.Rovesciare il MondoIl titolo prende spunto da un’opera di Lara Favaretto (Mondo alla rovescia) sul tempo sospeso ma si estende a questioni sociali e politiche di fondamentale importanza che spaziano dal cambiamento climatico con l’orso ibridato di Katja Novitskova alla barca dei migranti di Sislej Xhafa formata da migliaia di scarpe, sino alla celebre performance di Marina Abramović realizzata in occasione della Biennale di Venezia del 1997 (in mostra viene esposta una grande immagine fotografica di quell’evento), dove l’artista denuncia, attraverso un rituale …

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